Cristian Chivu si è raccontato come uomo e professionista tornando anche alla sua gioventù nell'intervista concessa a Futnet
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Mi hanno raccontato che lei, dopo la festa, non ha partecipato alla festa scudetto: è andato via, è andato da solo, è stato un po' a casa a pensare a questa vittoria.
Com'è andata? Cosa ha vissuto quella notte, metabolizzando a casa la vittoria?
"Ho vissuto poco. Era un sospiro di sollievo per quelle che erano state le difficoltà di quell'anno. A gennaio mi faccio male, finisco in sala operatoria, ho delle incertezze e non so se posso tornare a giocare a pallone ancora.
Torno presto, dopo due mesi e mezzo. Si arriva in finale, si vince il campionato, si vince la Coppa e si vince anche la Champions League. Però il mio pensiero era che dovevo andare in nazionale, perché avevo questa responsabilità. Ero anche il capitano della nazionale e non volevo che mi percepissero come uno che ormai aveva la puzza sotto il naso.
Quindi sono tornato a casa perché volevo riposare, visto che avevo l'aereo per tornare in nazionale il giorno dopo. Nonostante il commissario tecnico della nazionale mi avesse dato qualche giorno libero, ho detto: "No, sono il capitano della squadra, io devo venire come tutti gli altri".
Non l'ho fatto per finta, ma perché pensavo questo. Per me sì, avevamo raggiunto un traguardo. Era importante, importantissimo, era bello. Però ne avevo altri. Avevo una responsabilità nei confronti del mio Paese e una responsabilità nei confronti di quelli che, nonostante fossero impegni amichevoli, comunque vedevano in me un leader importante del gruppo.
Cosa ha capito vincendo da calciatore e vincendo da allenatore, con l'esordio in campionato Primavera?
"Vincere la Champions è bellissimo, cioè è il sogno di tutti, credo. È una competizione talmente importante che si fa sentire. C'è una grossa differenza tra una partita di campionato e una di Champions.
Non importa se è la fase a gironi o un ottavo: c'è una grossa differenza per quella che è la motivazione individuale di un giocatore, ma anche per quelle che sono le motivazioni di una squadra. È un po' come andare in nazionale a giocare. Anche lì trovi qualcosa, dal punto di vista motivazionale, di diverso rispetto a quella che è la routine di un campionato di 38 partite giocate ogni domenica, che a un certo punto diventa un automatismo.
Il rischio è che, dal punto di vista emozionale, ti trasmetta poco. Invece la Champions e la nazionale ti danno sempre qualcosina in più.
Ci si può assuefare alla vittoria? A un certo punto si può essere...
"Le difficoltà ci sono perché non esiste una ricetta che ti dà la certezza che puoi vincere la Champions.
Non esistono i soldi che ti possono comprare una Champions, non esistono nemmeno idee che te la possano comprare. È una somma di tante cose che, durante la stagione, arrivano a un certo punto, ma tardi, tipo marzo, credo, dove ti fanno capire a che punto sei. Perché oggi dire chi è la favorita, sulla carta, è semplice nominarla. Ma chi arriverà in fondo e chi ce la farà non è semplice da dire".
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