Cristian Chivu si è raccontato come uomo e professionista tornando anche alla sua gioventù nell'intervista concessa a Futnet

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Come sono i giovani di oggi e perché allenarli è diverso rispetto a 10-15 anni fa?

"Prima di tutto non bisogna mai paragonare con quello che facevamo noi, perché sono due generazioni diverse. Sono due modi di vivere talmente differenti che non vale la pena nemmeno pensare che quello che funzionava con noi possa funzionare anche con loro.

Devi partire da questo presupposto. Prima non avevamo niente. Avevamo l'ambizione. Gli allenatori erano molto più duri con noi, però nelle urla e nel modo di fare credo che trovassero quella chiave giusta per stimolarti e farti dire: "Adesso te lo faccio vedere io".

Oggi non funziona questo. Oggi è diverso. Oggi hanno accesso a mille cose e bisogna trovare sempre la chiave giusta per stimolarli e farli essere presenti in quello che fanno. Per esempio, noi facevamo una cosa. Le nuove generazioni te ne fanno tre in un solo momento: hanno questa capacità di pensare a una cosa, farne un'altra e programmarne anche un'altra.

Noi non sapevamo fare questo. Eravamo lì al cento per cento. Non so cosa funzioni, ma non è giusto paragonare dicendo che noi facevamo meglio o che loro fanno peggio. Ci si adatta a quella che è la generazione, a quello che fanno oggi, e si cerca di trovare la chiave giusta nel portarli avanti, nel coltivare quelli che sono i loro sogni e farli emergere in quello che cercano di fare".

Nella comunicazione, oggi, con questi ragazzi, cosa conta?

"Prima di tutto devi capire un po' come sono fatti loro individualmente. Culturalmente sono differenti. In una squadra internazionale trovi ragazzi che arrivano da diversi posti del mondo e quindi devi capire cosa funziona con loro. Magari un abbraccio che faccio con uno vale con un altro, perché magari l'abbraccio non lo vuole, cioè magari si sente un po' troppo. Quindi devi capire prima di tutto come sono fatti, cosa gli piace e cosa non gli piace.

Poi il colloquio è importante, perché si sentono visti, si sentono ascoltati, vogliono essere capiti. E parlare con loro credo sia il modo migliore per capire che persona hai di fronte e cosa funziona con lui oppure no. Poi ci sono le richieste collettive, quello che è la partita, quello che è l'allenamento, l'importanza individuale messa a disposizione del gruppo e come si devono sentire. Sono tante cose. Non esiste una ricetta, ripeto. C'è un po' di sensibilità nel capire cosa devi fare e come devi farlo, perché in questo momento le urla, secondo me, non funzionano più. È molto più empatico l'approccio da avere".

Siamo in un momento di pausa per le nazionali. Ammiriamo in ogni parte del mondo i suoi giocatori: in ogni nazionale ci sono talenti cristallini.

"L'Italia in questo momento è più manchevole. Parliamo, insomma, dopo una terza esclusione dal Mondiale. In Italia c'è sempre talento, una situazione così drammatica non la vedo, perché il talento emerge sempre.

Poi è una questione anche generazionale. Ma anche altri Paesi hanno avuto problemi generazionali, dove c'è stato un boom di qualche giocatore molto talentuoso e poi, se ti va di fortuna, sono tanti messi insieme, probabilmente della stessa generazione.

Poi magari sono dieci anni in cui non hai avuto niente e dopo sono emersi altri. Sono cicli.

Per me è una questione di cicli, perché il talento fa tanto. Come li accompagni fa moltissimo, anche nel fargli capire determinate cose, soprattutto per quanto riguarda la gestione di quello che si vuole fare da atleta professionista.

Non solo la parte tecnico-tattica, perché molti si perdono anche a livello mentale, quando arriva la fama e ti blocchi, o caschi in quelle che sono le trappole del successo e della fama.

Non è facile gestire quelle situazioni. È importante quanto durano quei periodi in cui magari hai la puzza sotto il naso. È normalissimo, cioè è giusto che un giovane lo faccia pure. Però è importante quanto dura, perché se dura tanto è difficile ritornare. Se dura poco, invece, ti rimetti in piedi e inizi di nuovo a fare le cose giuste.

Però hanno avuto anche altri queste problematiche. Non bisogna preoccuparsi troppo di quello che non abbiamo. È importante capire perché non le abbiamo, se non ci sono, se abbiamo perso qualcosa di quelle che erano le nostre caratteristiche, di quella che è stata la nostra identità. E dico nostra riferendomi all'Italia, ma vale lo stesso anche per il mio Paese, la Romania".

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