L'ex compagno di Chivu vede l'Inter protagonista anche in Europa
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Intervistato dal Corriere della Sera, l'ex difensore dell'Inter ed ex compagno di Chivu, Ivan Cordoba, ha parlato del tecnico dei nerazzurri e della possibilità di andare avanti in Champions.
«Lo sa che cosa ha Chivu? La semplicità. È un professore della semplicità».
Perché la semplicità?
«Perché lo faceva da calciatore. E ora da allenatore mi sembra di rivedere la stessa dinamica. Quando era in campo faceva il terzino o il centrale, tutto con estrema naturalezza: vedevi lui e ti tranquillizzavi. Ecco: questo è quel che è riuscito, da tecnico, a trasmettere ai giocatori dell’Inter. Ragazzi, il calcio per chi l’ha vissuto a grandi livelli non è materia complicata. Con lui i giocatori dell’Inter sono tornati a essere liberi di testa, sono tornati a vedere il calcio in maniera semplice. E si percepisce anche nel tipo di comunicazione che Cristian ha scelto: essenziale, diretta, chiara».
Diretti pure noi: questa Inter può aggredire la Champions?
«Sì, credo che abbia gli uomini e la maturità per tornare in finale una terza volta. Ma dico di più: non “può” provarci, ma “deve” provarci. Perché la mentalità di un club è necessariamente questa. Lo sa anche Chivu, che ha il vantaggio di aver già vissuto ai tempi del Triplete atmosfere simili. Poi la bravura sta nel saperlo comunicare, nel saper trasferire il messaggio ai calciatori e all’ambiente».
Cosa manca, se manca qualcosa, dopo il primo pezzo di stagione?
«L’Inter ha giusto bisogno di una registrazione là dietro, in difesa. Ma ci sono stati alcuni cambiamenti, fa parte del processo di crescita. Penso a Stones: la sua qualità non è in discussione, gli va dato il tempo di capire la serie A».
Da ex specialista del reparto: cosa ha Lautaro che tutti i difensori non riescono proprio a bloccare?
«È furbo. Lautaro è uno della strada, è cresciuto giocando lì. E questa cosa si vede in campo. Ha la malizia, la furbizia appunto, di uno che in un secondo sa ricalcolare la sua giocata. Non è una dote comune, guardate come si muove Lautaro sulle palle sporche. Sembrano fatte apposta per lui: lui capisce prima degli altri, e quindi prima di tutti i difensori, dove finirà la palla dopo un rimpallo, una respinta del portiere, un contrasto. Quando arrivi a comprenderlo, lui ti ha già fregato: sul tempo non lo batti mai».
Lei oggi è dirigente. Cos’ha il calcio italiano che non va? Perché non siamo più il riferimento europeo come ai suoi tempi?
«Vede, ne parlavo all’Efc (European Footbal Clubs, l’associazione dei club europei, prima conosciuta come Eca ndr) che è sempre un’occasione di grande confronto. Il guaio della serie A di oggi è che i grandi club non sono più in mano a proprietari tifosi. Ci sono i fondi. E i fondi ragionano con i numeri. Moratti, Berlusconi, Agnelli, Sensi: ecco, loro mettevano in campo l’emozione, oltre ai numeri. E la trasmettevano a tutti quelli, calciatori compresi, che lavoravano con loro. Per dire: ragionando con i numeri, Ronaldo in Italia forse non l’avremmo mai visto. Per fortuna che all’Inter è rimasto almeno Zanetti...».
Sorpreso dall’addio di Ausilio?
«Un po’ sì. Forse risponde alla logica di prima: vengono prima i numeri degli obiettivi sportivi».
Nel suo futuro tornerà a esserci l’Inter?
«Ah, mai dire mai...».
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