Le parole della storica bandiera dell'Inter anche sulla squadra di Chivu
VIDEO / Garlando: "L'Inter ha in panchina un'altra squadra da scudetto. Chivu è come..."
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Intervistato da La Gazzetta dello Sport, l'ex leggenda dell'Inter Sandro Mazzola ha parlato del suo passato nerazzurro e anche del presente
Quando ha capito di poter fare il calciatore?
«Il 10 giugno 1961, Juventus-Inter, quella della Primavera finita 9-1. Avevo due interrogazioni di recupero, diritto e italiano: per mamma e il padrino Piero venivano prima. I compagni convinsero il prof a interrogarmi subito, poi corsi a Torino. Herrera mi considerava troppo gracile e l’Inter pensava di cedermi: nel primo tempo sbagliai tutto, nel secondo segnai il nostro gol».
E quando di essere Sandro Mazzola, non solo il figlio di Valentino?
«Nella finale di Coppa dei Campioni col Real. Ero incantato da Di Stefano e Puskas, Luisito Suarez mi disse: “Oh, svegliati”. Dopo la vittoria Di Stefano mi diede la sua camiseta e disse: “Sei degno di papà”».
A chi sente di dire grazie per questo lungo viaggio?
«A mamma Emilia e mia moglie Graziella. Dopo Superga ero stato nascosto in un fienile dalla famiglia della compagna di papà, che chiese soldi per restituirmi. Mamma, con avvocato e carabinieri, mi riportò a Cassano d’Adda: trovai un fratellino e due zie quasi sconosciuti, eravamo poverissimi, ma entrai in una casa piena d’amore. A Torino vivevo in collegio e vedevo papà solo nel weekend. Graziella la conobbi da ragazzo: bionda, occhi azzurri, famiglia benestante, lei in Spider e io in tram. Si innamorò di me quando non avevo niente».
Ha citato due donne. E un uomo?
«Giuseppe Meazza. Se solo i giovani sapessero quanto era grande... Mi plasmò tecnicamente nelle giovanili. A fine allenamento lo guardavamo calciare missili: destro, sinistro, collo, esterno, con palloni che bagnati diventavano pietre. Chiedeva al portiere “dove la vuoi?” e la metteva lì. Quanti oggi saprebbero farlo?».
Che cosa significa davvero l’Inter nella sua vita?
«Salvezza: è la squadra che mi ha salvato. Dopo Superga Benito Lorenzi venne a Cassano con scarpe e pallone: papà lo aveva aiutato a esordire in Nazionale e lui volle aiutare i suoi figli. Diventammo mascotte dell’Inter a 8-9 anni e Angelo Moratti ci dava il premio partita anche a noi: erano soldi vitali».
Sarebbero arrivati molti più soldi dopo.
«Quando mamma seppe la cifra che strappai ad Allodi nel primo contratto disse: “Hai capito male, sono troppi...”. Angelo Moratti regalava ai giocatori più rappresentativi una Mercedes e a me una monetina d’oro per i gol importanti. Massimo continuò: a Natale tre monetine a me e una a mio figlio. I Moratti sono una seconda famiglia, come l’Inter: in nerazzurro ho passato 50 anni da mascotte a giocatore, poi dirigente con Fraizzoli e Massimo».
Quale fase le ha dato più gioia?
«In campo col Mago Herrera che cambiò il mio carattere: non volevo fare il centravanti, lui capì come sfruttarmi. Fu un innovatore, ci metteva a dieta, ma Luisito, il nostro Maestro, nascondeva salame e prosciutto in camera. Non eravamo lenti, anzi verticalizzavamo più di oggi».
Ha mai pensato di tradire davvero l’Inter?
«Mai. Agnelli mi offrì il doppio, un’agenzia di assicurazioni e una concessionaria Fiat. Mamma disse: “Tuo padre si rivolterebbe nella tomba”. Rifiutai. La Juve tornò quando ero dirigente con Fraizzoli e dissi un altro no: col cuore rifarei entrambe le scelte».
In cosa è ancora teso il filo con l’Inter?
«Sono un tifoso accanito. Chiedo a Chivu un altro scudetto e sogno che Lautaro, che merita di essere chiamato leggenda, alzi la sua Coppa dei Campioni. Lo faccia per me. Ma anche in questa Inter c’è ancora qualcosa che rimanda a Sandrino... Zanetti ko portai io nel 1995. Ausilio lo presi nel 1998 dalla Pro Sesto. E pure Ferri arrivò da noi giovanissimo».
Quali i colpi da dirigente a cui è più legato?
«Avevo comprato Platini, poi Fraizzoli rinunciò, e conservo il contratto firmato da Falcao, rimasto nel cassetto dopo l’intervento di Andreotti. Ricordo con piacere Zenga, aiutato a ripartire dalla Sambenedettese: nel suo carattere non credeva nessuno. Ma il capolavoro si chiama Ronaldo. Seppi che voleva lasciare Barcellona, lo incontrai e disse: “Ok director , vengo a Milano”. Che soddisfazione quando la Federazione accettò l’1+8 per Zamorano».
Si può dire che, più che Rivera, il suo vero rivale era... Facchetti?
«Io e il “Facco” eravamo diversi, ma rivali mai. Quando Herrera mi diede la fascia, Giacinto era già capitano della Nazionale e forse ci rimase male. Per qualche giorno ci fu tensione, poi restammo soli, parlammo e ci abbracciammo. Fuori ci frequentavamo poco, ma allora si correva dalle famiglie...».
C’è qualcuno a cui oggi vorrebbe chiedere scusa?
«A Boninsegna: lui scherza dicendo che lo mandai via io. Non è vero, ma nello scambio con Anastasi avrei potuto oppormi e non lo feci, pensando convenisse all’Inter. E a Gigi Simoni: dopo la Coppa Uefa avevo l’accordo con Zaccheroni, che poi firmò col Milan. Quando Massimo decise di esonerare Gigi, ero contrario ma rispettai le gerarchie. Non lo meritava: era un uomo giusto e un grande tecnico».
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