Cristian Chivu si è raccontato come uomo e professionista tornando anche alla sua gioventù nell'intervista concessa a Futnet

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CHIVU A FUTNET

Cristian Chivu ha rilasciato una lunga intervista alla piattaforma FUTNET. Si è raccontato, cominciando dagli anni dell'adolescenza, con il sogno coccolato e diventato poi realtà. Qui le sue parole.

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Ha raccontato più volte che suo padre la allenava quando era giovane ed era molto duro nei suoi confronti, anche rispetto a come si comportava con gli altri calciatori. Spesso la rimandava a casa in tram. Cosa pensava il giovane Cristian Chivu, sul tram, rispetto a ciò che sarebbe diventato e alla responsabilità che avrebbe avuto davanti?

"Era il suo modo di offrirmi, di darmi dei valori, credo. E sono sicuro, a questo punto della mia vita, che siano state cose che mi sono servite, perché ho imparato a cavarmela da solo. Avevo scuola la mattina, quindi dovevo prendere un mezzo pubblico per arrivare agli allenamenti in orario e poi dovevo tornare a scuola di nuovo. Finito l'allenamento, nonostante lui avesse a disposizione l'automobile, non mi ha mai offerto un passaggio per portarmi in fretta a scuola.

Chivu a Futnet

A volte ritardavo, però comunque riuscivo da solo a trovare modi e soluzioni per rispettare quelli che erano i programmi, gli orari e i patti fatti con lui. Mi sono serviti perché ho imparato a vivere da solo, a non chiedere aiuto e a cercare di trovare soluzioni nei momenti non semplici e non facili. Poi, nel tempo, sono cose che mi sono state molto utili.

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È rimasto quel codice anche nell'approccio allo stare al mondo, prima ancora che al fare calcio?

"Credo che un adolescente debba avere modo di confrontarsi con varie situazioni, con varie problematiche, e cercare di sistemarle. Poi, dove non riesci a trovare la soluzione, ovviamente hai sempre la famiglia, il padre e la madre che ti possono dare una mano. Ma non c'è soddisfazione più bella, al mondo, di quando fai da solo determinate cose a una certa età. Ti dà una botta, un'iniezione di fiducia e di autostima che ti completano in quello che è il processo di maturità che un adolescente deve superare".

Onorare e portare anche la sua famiglia, attraverso i suoi traguardi e la carriera che avrebbe avuto davanti: quanto il sacrificio e l'impegno per diventare un calciatore professionista sono stati la motivazione più grande della sua carriera, soprattutto in quella fase?

"È stata una promessa fatta a mio padre, una promessa fatta a me stesso per quanto riguarda quella che era la mia responsabilità a quel punto. Una volta che lui non c'era più, sentivo il peso di essere l'unico maschio della famiglia. Sentivo il peso di dovermi prendere cura di mia sorella e di mia madre. Quindi ho cercato di fare di tutto per non deludere quelle che erano le aspettative su di me, ma soprattutto quello che mi aspettavo io da me stesso, perché la cosa più importante era questa. Alti e bassi: si va avanti, si cresce, si matura, si sbaglia, si impara e si cerca di fare la cosa giusta. Arrivato a questo punto della mia vita, direi che mi è andata abbastanza bene".

In quale momento si è detto "Farò il calciatore"? Quando ha compreso di poterlo fare effettivamente?

"Da piccolo, quando ho scelto di andare in una scuola calcio. Perché prima di andare in una scuola calcio ho fatto diversi sport. Ho fatto aikido, karate, nuoto, sci di fondo. Persino sci di fondo sono andato a fare: mi hanno fatto correre su una collina per ore e ore. Ho detto: "Basta, non ci vado più". E poi ho scelto il calcio. Però non è che avessi chissà quali sogni. Il mio sogno era giocare in nazionale. Quello, da ragazzo. Siamo nell'89-'90. La Romania si qualifica al Mondiale con quella famosa partita contro la Danimarca ed era l'evento più importante in quel periodo. Due anni prima c'era stato quel gol famoso di Marco van Basten nella finale dell'Europeo dell'88. Quindi sono queste piccole cose che mi hanno motivato a voler diventare un calciatore professionista.

Come obiettivo avevo quello di andare a giocare in nazionale, quantomeno in nazionale. Per noi era tutto. Avevamo tutti questi esempi di giocatori emersi in quel periodo, che per noi rappresentavano il massimo.

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