L'ex difensore belga ha detto al calcio nel 2025 fermato da una serie di infortuni che non è riuscito a superare
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DA ICARDI A PERISIC: I SUOI GIORNI ALL'INTER
-Ricordo che già molto presto si parlava di Zinho come di un ragazzo prodigio. Non soltanto un grande talento belga, ma un talento mondiale. Come hai vissuto personalmente tutta quell’attenzione mediatica in così giovane età? All’epoca leggevamo che erano interessati il Bayern Monaco, la Roma, il Liverpool e tutti i grandi club europei che ti volevano. Mi sembra davvero tanta pressione per un ragazzo di 16 anni.
A dire il vero, per me personalmente è andata abbastanza bene. Non è che da un giorno all’altro abbia cominciato a comportarmi in modo diverso o cose del genere…
-Ma è perché sei una persona con i piedi per terra?
Sì. Da dove arrivo io siamo generalmente più tranquilli.
-Quando poi andavi a scuola, i tuoi compagni non ne parlavano?
Sì, ma a 15 anni sono andato a Milano, all’Inter. Ed è stato proprio allora che è cominciato tutto. Nelle squadre giovanili, infatti, ero stato aggregato alla prima squadra in alcune occasioni. E a 15-16 anni è arrivato il momento della scelta: restare allo Standard oppure andare in uno di quei grandi club.
-E perché hai scelto l’Inter? Lo Standard era la squadra del tuo cuore. Avresti anche potuto firmare un contratto da professionista lì al compimento dei 16 anni, e invece hai detto: «Me ne vado, vado all’Inter di Milano».
Sì, perché in quel momento avevo trascorso due settimane ad allenarmi con la squadra giovanile. Volevano assolutamente trattenermi allo Standard. Ma io sentivo di non essere ancora pronto per il calcio professionistico.
Poi sono andato all'Inter. Devi crescere e diventare adulto. È un’esperienza che mi ha dato moltissimo anche nella vita successiva. In quel modo maturi davvero.
-Sì, perché anche Sienna Miangue era stato lì tanti anni prima. E parlava di una specie di casa.
Sì, era davvero bello. In realtà avevamo una casa molto grande e tutti vivevano lì. Si creava una sorta di famiglia. Però, durante i primi tre o quattro mesi, ho sofferto molto la nostalgia di casa ed è stato davvero difficile. Non parlavo italiano, gli italiani non parlavano inglese e dovevi imparare la loro lingua. In quella casa, però, tutti affrontavano le stesse difficoltà. C'erano anche molti ragazzi italiani che venivano da molto lontano e che si trasferivano a Milano per giocare a calcio. Quindi, in questo modo, diventavi adulto molto rapidamente.
-Una casa? Quindi una grande villa oppure una specie di ostello?
Una grande casa con diverse camere, una specie di albergo. Sì, qualcosa del genere. In camera si stava in due, insieme ad altri giocatori dell'Inter che sognavano di diventare professionisti. Avevamo un piccolo ristorante. A due case di distanza ce n'era uno che ci forniva la colazione, il pranzo e la cena.
-Quindi probabilmente pasta tutti i giorni!
Sì, per la maggior parte dei giorni.
-Intervistatore: Quali programmi ti aveva prospettato un club come l'Inter quando ti ha detto: «Ecco perché ti vogliamo e questo è ciò che possiamo offrirti»? Che cosa ti ha convinto?
Credo che il primo anno avrei giocato ancora nell'Under 17, il secondo nella squadra Primavera e il terzo in prima squadra. Con la Primavera abbiamo anche vinto il campionato. Successivamente sono passato alla prima squadra e tutto è andato esattamente come mi avevano prospettato, fino a quando mi sono rotto il legamento crociato durante una partita di Youth League. A quel punto facevo già parte della prima squadra, ma sedevo sempre in panchina. Dopo l'infortunio ho detto: «Guardate, voglio giocare a livello professionistico e voglio andare via da qui».
-Uno degli aspetti fondamentali della formazione italiana è proprio imparare a difendere. È il classico metodo italiano: trascorri un'ora in campo senza praticamente vedere il pallone, lavorando soltanto sulla posizione del corpo.
L'allenatore ha il pallone e si muove per tutto il campo, osservando tutti. Se sei posizionato anche solo un centimetro fuori posto, se il tuo corpo non è orientato correttamente o se i tuoi piedi non sono pronti, te lo fa notare. Però è così che impari moltissimo. Se non sei il più veloce o il più forte, il corretto posizionamento del corpo può aiutarti tantissimo nelle diverse situazioni. Se sei orientato nel modo giusto, puoi guadagnare due o tre metri.
-E si trattava di allenamenti individuali?
A volte lavoravamo con le linee difensive, altre volte persino con tutta la squadra.
-È un tipo di formazione che forse in Belgio non si conosce molto.
Credo che alcuni allenatori lavorino così anche con le prime squadre, ma non penso che sia una pratica molto diffusa nelle giovanili, almeno qui.
-È vero che è stato Casiraghi a convincerti ad andare all'Inter?
Sì.
-Che ruolo aveva all'Inter? Era uno scout? Era venuto in Belgio proprio per convincerti?
Lo vedevo ai tornei delle nazionali giovanili. Veniva sempre a guardare le partite: Francia-Belgio Under 15, Spagna-Belgio e così via. Era sempre presente.
-Ti sei allenato anche con i difensori della prima squadra dell'Inter? Hai imparato molto da loro?
Credo che all'epoca ci fossero Miranda e Škriniar. Ma ho imparato molto non soltanto sulla fase difensiva: anche osservando alcuni di quei giocatori. Il livello era fenomenale.
Chi era il migliore in assoluto, durante gli allenamenti?
In quel periodo c'era Icardi. Non era necessariamente quello che si metteva più in mostra durante gli allenamenti, ma poi segnava sempre.C'era anche Perišić, con il quale avevo un ottimo rapporto. Era molto gentile con noi, i ragazzi più giovani. Anche lui era una vera macchina da allenamento, un professionista eccezionale. Ho imparato moltissimo da lui, soprattutto osservando quanto fosse professionale e come si prendesse cura del proprio corpo.
È vero che il presidente del Real Madrid ti aveva mandato un messaggio vocale?
Non so da dove venga questa storia, ma non credo. No. Non credo proprio (sorride.ndr)
(Fonte: Midmid)
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