Il ricordo della Roma, la scelta del Real Madrid e l'Inter di Chivu: parla José Mourinho
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ROMA
Non esiste una parola mia contro la Roma. Non esiste una parola mia contro la proprietà. Non esiste. Ho avuto un commento negativo, poi mi sono scusato con Tiago Pinto e già sta, niente.«Io, quando esco, esco pulito. Qualche volta può sembrare di no, però sono una persona molto educata nei rapporti umani internamente e esco bene. Esco sempre con il sentimento che sarà per sempre casa mia, anche se già non lo è.
Il tornare a Madrid, come tu dici, è anche tornare a casa, perché io sono stato tre anni qua che sicuramente hanno un valore di trent'anni, perché è stato un periodo molto, molto specifico. È tornare a casa per questa legazione emozionale che io ho avuto con il tempo».
Riesci a spiegarti questo rapporto con Roma? Oggi ci sono dei romanisti che ti accoglieranno in un modo impressionante. Raramente si vede un rapporto del genere. È vero, hai vinto una coppa, hai fatto una finale, ma poi c'è stata una rottura e tu non hai detto nulla. Però c'è un rapporto viscerale ancora oggi che, sinceramente, io non ricordavo. Una cosa così forte non l'ho mai sentita.
Sono settimane che persone mi chiedono: “Voglio incontrare Mourinho, aiutami a farlo, a vederlo, anche solo per una foto”. Perché tutto questo rapporto? Cosa c'è stato di speciale fra te e la Roma?
«Speciale loro con me.
Io dico sempre: il giorno che sono arrivato, non mi ricordo se era Malpensa, se era... non mi ricordo. Però quando arrivo il primo giorno in aereo ed esco, c'erano mille persone.
Io ho pensato: “Non ho fatto niente. Sono appena arrivato, non ho giocato un'unica partita, non ho vinto un unico punto per questa gente. Perché questa cosa?”.
Quello lì ha avuto un impatto, perché io non merito questo. Però questo è Roma, no? Dopo tu capisci che questo è Roma.
Dopo, quello che ha fatto la connessione... Io penso che è stato loro capire che io non mi sono mai preoccupato di me stesso, non mi sono mai preoccupato della mia immagine, non mi sono mai preoccupato dei miei rapporti, sia con la proprietà, sia con la politica del calcio italiano, anche con voi, la stampa.
Tu sai che è vero. Sei tu probabilmente uno dei due, tre giornalisti con cui io ho un rapporto.
Io sono stato in Italia tre più due anni e mezzo, quattro anni e mezzo. Loro hanno capito che per me esisteva solo una cosa, che era la Roma e i romanisti. Io ho lottato per loro, ho dato tutto.
È vero che abbiamo vinto una competizione che per un club che vince tanto avrebbe un significato inferiore. Però per una squadra, per un club che non vince tanto, ha un grandissimo significato.
Al punto che l'altro giorno un procuratore, un amico mio, è andato a Trigoria e mi ha fatto la foto dell'entrata di Trigoria. C'è sempre là quella coppa, ce n'è solo una. E quella coppa è quella che definisce l'entrata del centro di allenamento.
E dopo questa connessione viene dal loro amore per il club, che è una cosa che ti deve toccare sempre. E loro hanno capito che ho dato tutto.
Ho fatto degli errori, ho sbagliato, ho perso partite, però loro hanno sempre capito che io ho lottato sempre, sempre per loro.
E alla fine la finale di Budapest è il punto massimo di questa connessione. È il punto massimo di questa connessione.
Ovviamente per me finisce la finale, andiamo in vacanza e quando torno, torno già morto. Torno morto della UEFA, che mi ha fatto pagare per una cosa che non è mia responsabilità.
Quello che è successo all'aeroporto non è mia responsabilità. Mia responsabilità sono gli insulti all'arbitro nel garage. E tu devi pagare per questo. Non devi pagare per quello che è successo all'aeroporto, che non è colpa mia.
Ho pagato per questo.
Io ho pagato anche per il rapporto con la proprietà, che aveva un profilo diverso dal mio, un approccio diverso dal mio a quello che è successo nella finale.
Sono tornato già morto. E dopo qualche mese ero già fuori. C'era già il funerale, credo a gennaio, se non sbaglio».
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