Le parole dell'ex capitano dell'Inter al podcast The Long Game
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DIRIGENTE
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Quando ho smesso di giocare, l'Inter mi disse: “Guarda che vogliamo che tu faccia il vicepresidente, perché per noi è un ruolo importante”. Ero felicissimo perché questo legame con il club continuava, però allo stesso tempo ho pensato: “Vicepresidente dell'Inter, grande responsabilità, mi devo preparare”.
Sono passato dall'allenarmi con i miei compagni per 25 anni su un campo a una riunione di dieci manager che parlavano inglese, di finanza e di marketing. Mi sono messo a studiare e continuo a studiare all'Università Bocconi, perché ho trovato un professore che mi ha fatto un programma che mi ha aiutato tantissimo.
Questo è il consiglio che posso dare ai giovani: non aspettare la fine.
Come possiamo spronare i giovani a prepararsi prima della fine della carriera? Dall'esterno non si vede tutto il lavoro che c'è dietro.
Dietro c'è un percorso che uno deve fare. La prima cosa fondamentale è capire che, quando finisce la carriera da calciatore, è chiusa una parentesi. Tutto quello che hai fatto ti verrà ricordato, ma inizia un'altra carriera, praticamente da zero.
La visione che hai come calciatore è molto diversa da quella che hai come dirigente. Quando ero con i miei compagni non riuscivo a capire tante cose perché dovevo conoscerle. Per questo credo che studiare mi abbia aiutato tantissimo e mi abbia aperto la mente.
Io voglio essere un dirigente che non sia soltanto legato alla parte sportiva, ma che possa essere utile anche al marketing, al sociale e a tutti i progetti che abbiamo per far crescere il nostro club.
Quindi il consiglio è di prepararsi prima?
Assolutamente sì. Non bisogna aspettare la fine. Ci sono tanti strumenti che ti possono aiutare.
Tutti vogliono fare l'allenatore, ma non è così scontato. Anche se sei stato un grande giocatore, non è detto che poi tu possa essere un grande allenatore. Anche lì devi prepararti. Però, preparandoti, inizi a scoprire tantissime alternative e poi scegli dove ti senti più a tuo agio.
Secondo te basta il talento?
No. Il talento da solo non basta. Il talento va alimentato tutti i giorni, lo devi allenare.
Puoi avere un fenomeno, un giocatore che ha magari più talento degli altri, ma anche lui ha bisogno dei compagni. Da solo non si può fare.
A un giovane che oggi ha tanto talento cosa consiglieresti?
Di allenarsi sempre, di migliorarsi e di non accontentarsi di quello che riesce a fare. Deve andare oltre, deve prepararsi.
E poi c'è una cosa che per me è fondamentale, soprattutto per i nostri figli e per i giovani: bisogna far capire loro che durante il percorso ci sono sempre le difficoltà e le sconfitte. E ben vengano, perché sono quelle che ti fanno crescere e diventare più forte anche mentalmente.
Io dico sempre, perché l'ho vissuto anche durante la mia carriera: per vincere prima bisogna saper perdere. La sconfitta ti prepara alla vittoria.
Sentiamo spesso parlare di talenti sprecati. Forse proprio perché non hanno avuto una guida?
Anche perché si accontentano. Pensano che il talento da solo basti e poi ti rendi conto che purtroppo gli anni passano e hai lasciato dietro delle opportunità e delle possibilità. Per questo ci sono tanti talenti che uno pensa avrebbero potuto fare un altro tipo di carriera e invece rimangono a fare una carriera normale.
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