Le parole dell'ex capitano dell'Inter al podcast The Long Game

Bartesaghi

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PARTE MENTALE

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C'è qualcosa che secondo te viene ancora sottovalutato?

Penso che la parte mentale debba essere seguita ancora di più. Si sta iniziando a darle l'importanza che merita, però secondo me non è ancora sufficiente.

Capita di sentire che un giocatore si infortuna o non sta bene fisicamente e nessuno pensa magari che abbia qualche problema a casa o che sia successo qualcosa. La parte emotiva è fondamentale.

Siamo troppo superficiali, delle volte. Quando stai bene emotivamente, questo si riflette anche sulla forza mentale.

Perché se ne parla così poco? C'è paura, vergogna o mancano gli strumenti?

Gli strumenti ci sono. Vedo tanti professionisti molto capaci. Forse sono ancora le squadre a non essere così attrezzate per affrontare questo aspetto. Aiutano molto dal punto di vista fisico, ma meno da quello mentale.

Questa cosa sta cambiando, però ci deve essere ancora una marcia in più.

Da vicepresidente dell'Inter avete pensato anche a questo?

Sì. Abbiamo a disposizione persone che seguono anche questa parte, perché abbiamo capito che è molto importante.

Tutti pensano che i giocatori siano delle macchine: si allenano, giocano e devono essere sempre al 100%. Ma non è sempre così. Tante cose della vita privata di una persona possono influire sul rendimento. È lì che dobbiamo stare attenti e lavorare.

Tu sembri quasi una macchina, perché non ti fermi mai. Accetti il recupero? Rallenti ogni tanto?

Non è che non mi piaccia rallentare, è che ho una vita molto dinamica. Nell'ultima settimana sono stato a Orlando, Madrid, Napoli e adesso sono qui con te.

Però il recupero è fondamentale. Quando giocavo dormivo magari di più. Adesso dormo sei ore, che sono un po' poche. Per stare bene dovrei dormire almeno sette ore.

Torniamo al famoso lunedì post-partita. Cosa facevi nel tuo giorno di recupero?

Dipendeva. Se giocavo la domenica e il mercoledì avevo la Champions League, il lunedì il recupero doveva essere sempre attivo.

Sono cresciuto con questa mentalità: il recupero è sempre attivo.

Se giocavo la domenica, la domenica sera magari non riuscivo a dormire fino alle cinque del mattino perché l'adrenalina non mi permetteva di andare a letto. Il lunedì facevo un lavoro di forza, un richiamo con tanti pesi, e iniziavo così a smaltire.

Quando giochi la domenica, il giorno più critico è il martedì, dopo 48 ore. Io, facendo quel tipo di lavoro, il martedì mi sentivo più recuperato.

Ma vale per tutti? Non ci sono fisici che hanno bisogno di più recupero?

No, non è uguale per tutti. C'erano compagni che il lunedì si buttavano sul lettino e si lasciavano andare ai massaggi. Io invece ho sempre pensato al recupero attivo.

Nel 2013 hai avuto un brutto infortunio. Da dove bisogna ripartire dopo una situazione così difficile?

Quando ho avuto quell'infortunio, subito in campo mi sono reso conto che si trattava di qualcosa di grave. Il dottore mi toccò il tendine e capì che si era rotto.

Nel tragitto dal campo all'ospedale parlavo già con il dottore. Quando iniziò la fase per operarmi, la mia mente era già proiettata alla settimana successiva: mi opero e inizio subito la fase di recupero.

Anche per una persona normale, come si fa a uscire da una situazione così? Spesso davanti a un infortunio ci si demoralizza.

Dipende dalla personalità, però torniamo sempre all'aspetto mentale. Le difficoltà capitano nella vita. Dipende da come le affronti.

Se subisci la difficoltà sei finito. Se la accetti e riparti, sei già a metà strada.

Quindi credi nel recupero attivo anche dopo un infortunio?

Sì. Io, per esempio, mi sono fatto male al tendine d'Achille sinistro e lavoravo con la gamba destra.

Non deve esserci il momento in cui dici: “Stai a letto, stai fermo”. Perché quello ti porta a lasciarti andare. Accetti quello che ti è successo, però riparti sempre, piano piano.

Io di natura sono molto positivo. Nella difficoltà cerco sempre qualcosa di positivo da cui ripartire.

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