Quanti scout avete e come funziona il vostro lavoro di osservazione? Cambia molto vedere un giocatore dal vivo rispetto al video?
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Noi lavoriamo in un modo assolutamente completo. Non abbiamo scout che guardano solo video e scout che guardano solo dal vivo. Parlando della prima squadra, abbiamo un capo osservatori che si relaziona con me praticamente ogni giorno. Abbiamo cinque scout, tutti italiani. Qualcuno vive in Lombardia, qualcuno fuori. L'organizzazione del lavoro viene fatta dal capo scout. Gli vengono assegnati dei Paesi, quelli più importanti, cercando di coprire tutto ciò che il mercato offre. Lavoriamo poco con Oriente e Africa perché esistono anche delle difficoltà di tesseramento. Direi che copriamo tutta l'Italia, tutta l'Europa e quasi tutto il Sud America. I Paesi vengono divisi fra gli scout. Quasi tutti hanno tre o quattro Paesi da seguire a video tutte le settimane. Devono seguire la Serie A, la Serie B e organizzarsi il lavoro. Sono full time per l'Inter. Se si alzano al mattino e fanno otto o dieci ore di lavoro, dipende da loro.
Alla fine della settimana devono aver completato tutto quello che quel Paese e quella lega hanno offerto. In più vengono mandati in giro a vedere le partite dal vivo. Sono le stesse persone. Viene seguita la Champions League, l'Europa League, la Conference League e i campionati. Non è detto che chi segue a video un determinato Paese venga poi mandato a vedere dal vivo quello stesso campionato. Incrociamo le informazioni, confrontiamo quello che arriva dal video e dal vivo e cerchiamo piano piano di avere un numero di calciatori da attenzionare. Poi tutto questo enorme lavoro di base viene scremato e portato nelle riunioni che facciamo io e il capo scout. Lì arrivano i migliori tre o quattro per ruolo e cominciamo a lavorare in modo più specifico.
Tu quel lavoro l'hai fatto? Il percorso per arrivare a fare il direttore sportivo passa sempre da lì?
Io no. Ho avuto un percorso particolare, penso unico. Ho smesso molto presto per un infortunio al ginocchio. Giocavo nella Pro Sesto.Tra una cosa e l'altra chiudo praticamente la carriera prima ancora di iniziarla, a diciotto anni. Però ho avuto la fortuna di iniziare subito a lavorare proprio nella Pro Sesto, nel settore giovanile. Mi occupavo un po' di tutto. In una piccola società professionistica si faceva tutto. Facevo selezione, facevo mercato col presidente, volevo stare sul campo.
Il presidente di allora, Giuseppe Peduzzi, mi obbligò a fare un percorso più manageriale. Mi ritrovai poi nel 1998 all'Inter. Iniziai come segretario del settore giovanile. Anche quello era un lavoro che non mi piaceva molto, ma l'ho usato per entrare. Piano piano ho fatto il mio percorso. Quando mi hanno dato l'opportunità sono diventato responsabile del settore giovanile. Poi, per tanti anni, sono stato il secondo del direttore sportivo Marco Branca. Il direttore sportivo era lui, io ero il suo vice. Non avendo la responsabilità diretta della squadra avevo la possibilità di girare. Viaggiavo tantissimo. Sud America, Europa, Italia. Ho costruito tutto quel bagaglio di conoscenze, di agenti e di persone che ancora oggi utilizzo quando devo chiedere informazioni sui calciatori.
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